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Un appello al Ministro della Giustizia

Un appello al Ministro della Giustizia - Mondo Mediazione

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sia propulsore di progresso sociale!

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Articolo tratto da Altalex, visibile direttamente qui.

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Un appello al Ministro della giustizia: sia propulsore di progresso sociale!

di Maria Martello

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Mercoledì 11 Dicembre 2013

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Mio padre mi diceva di puntare sempre sulla qualità perché, a suo avviso, apparentemente c’è un investimento iniziale con un costo maggiore, anche di energie, ma nel tempo c’è un ritorno migliore, un vantaggio di lunga durata e superiore. E’ come in sanità. Se si stanziano risorse per un buon servizio di prevenzione, si spende meno in cure ed interventi clinici, ma soprattutto la qualità di vita delle persona dura più a lungo in condizione di benessere.

Mi pare, restando nella metafora, che non ci si debba limitare a dire ai cittadini: “non abbiamo posto negli ospedali, se proprio vi dovete ammalare andate altrove. Non possiamo sapere chi vi curerà e come lo farà, l'importante è che dopo essere stati lì, non torniate da noi”. Così in campo giudiziario: fate altro, noi dobbiamo deflazionare! Né che ci sono dei contenziosi che hanno il diritto di avere l’attenzione del giudice, e che altri non ne abbiano la dignità, pertanto vanno esitati in qualche modo per fare spazio agli altri. Come se ci fossero dei contenziosi di serie A che, come tali, dovrebbero avere più diritto di altri a ricevere l'attenzione del giudice ed altri, invece, di serie B che non hanno la stessa dignità dei primi.

Infatti ogni contenzioso più che secondo una graduatoria asettica deve essere riconosciuto per il peso che rappresenta per chi lo vive e questo non può essere a priori stabilito. Formulare sterili quanto formali tassonomie rischia di essere contraddetto dai fatti.

Neanche il valore patrimoniale della lite è elemento di primo piano del coinvolgimento delle parti stesse, ma rappresenta una variabile assai delicata del comportamento –almeno- di una fra esse, conferendo spesso alla controversia tratti di spiccata irrazionalità: un capo rovinato in lavanderia è facile che determini una maggiore partecipazione emotiva del danneggiato rispetto ad un contrasto nato nel contesto di una cessione d’azienda.

Se si considerano, poi, alcune liti da manuale, come quelle condominiali, è davanti agli occhi di tutti l'assoluta prevalenza dell'irrazionalità su ogni logica giuridica ed economica.

La collera, le offese, il risentimento, in una parola i sentimenti, il mal-essere, il dolore che ne consegue, rappresentano quindi gli elementi che conferiscono al conflitto i tratti che lo caratterizzano influendo, come si è detto, sulle stesse chances di composizione del contrasto.

L’esperienza mostra contenziosi giudiziari che si protraggono per decenni in relazione a controversie successorie, e non è raro che gli eredi originari, a loro volta, lascino questo mondo trasmettendo la causa ai figli: ciò, si badi, non necessariamente in presenza di immensi patrimoni, ma assai spesso di modeste aziende a conduzione familiare, destinate a subire in modo irrimediabile i contraccolpi della lite.

Percorsi simili non sono estranei alle liti attinenti gli aspetti economici dell’epilogo delle relazioni coniugali ma, curiosamente, i procedimenti giudiziari sembrano concludersi prima nei conflitti –pur violentissimi- fra ex coniugi che si contendono patrimoni importanti rispetto a quelli che litigano per assai meno.

Sono i dissidi relativi ai rapporti di consumo e di utenza a mostrare, tipicamente, un coinvolgimento emotivo che prescinde dal valore economico del contrasto: irregolarità nella fatturazione del traffico telefonico, disservizi in occasione di un viaggio o di una vacanza organizzata, difetti riscontrati in un bene acquistato, carenze del servizio di assistenza in garanzia, assumono sovente –anche in presenza di minimi valori economici - i tratti di una crociata del consumatore i cui diritti non sono stati rispettati nei confronti dell’operatore economico che –di regola- sembra fare tutto il possibile per esacerbare il conflitto in spregio ad ogni regola del diritto e del marketing, che tanto rilievo attribuisce alla customer satisfaction.

E’ quindi, possibile ascrivere ad un denominatore comune i conflitti sulla base dei ‘vissuti’ delle parti.

Un’interpretazione del conflitto in funzione dei soli parametri giuridici ed economici, sarebbe destinata a lasciare in ombra realtà che sfuggono a spiegazioni razionali, rispetto alle quali la certezza di aver subito un torto e di avere successivamente collezionato offese per le risposte date –o non date- dall’antagonista, trasformano una banale lite in una sorta di “Guerra Santa”. Non possono di certo essere fermate da deboli logiche conciliative, paragiurisdizionali. come le ha definite il Ministro, e oltretutto senza la dignità che le vie giudiziarie imprimono quando le promuovono direttamente nell’ambito del processo. Tali vie vedrebbero vanificato il loro pur buonista e lodevole sforzo dagli scarsi risultati, rendendo inutile così lo stesso obiettivo deflattivo per cui tornano in auge!

Per questo la mia proposta è volta a considerare la mediazione per la risoluzione dei conflitti una via privilegiata per ‘trattare’ il conflitto, indipendentemente dall’ambito in cui esso si esprime. Forse costa di più in termini di impegno, di energie, di preparazione, di tempi, ma restituisce molto di più in efficacia e valore. Per la mediazione il valore della lite è il valore della qualità di vita di chi ne è fruitore, il suo cambiamento, il suo miglioramento, la pacificazione radicale.

L’approccio che seguo sia in qualità di mediatore che di formatore dei mediatori è quello filosofico-umanistico, efficace sia per trovare le soluzioni ai fatti oggetto di contenzioso, sia per risanare il vero conflitto relazionale, rafforzando la dignità di ciascun confliggente, onde consentire di oltrepassare le situazioni di stallo e riprendere in mano il proprio futuro, anche con una accresciuta conoscenza dell’animo umano di entrambi i soggetti confliggenti. Ciò richiede di tenere in debito conto e di valorizzare l’evoluzione culturale e normativa, italiana ed europea in tema di A.D.R e la promozione di una particolare formazione della nuova figura professionale del mediatore, di cui abbiamo indicato le linee guida ed il percorso analitico in vari scritti.

Direttiva del 5 novembre 2013

L’attuale ministro della giustizia non fa mancare la sua attenzione alla mediazione. Vorrei tanto che riconoscendosi una funzione molto elettiva, quella è quella di essere propulsore di progresso sociale, avesse attenzione a questa prospettiva di valore della mediazione, nel suo senso più alto e “altro”, da normare con interventi incisivi. Ritengo oggi ci siano le condizioni. E’ di questo che la società attuale ha urgenza.

E’ di pochi giorni fa, cioè del 5 novembre 2013, una direttiva in materia di mediazione civile e del 27 novembre 2013 la Circolare che offre i primi chiarimenti su alcuni profili problematici inerenti la corretta interpretazione ed applicazione, dopo l’entrata in vigore dell’art. 84 del d.l. 69/2013 come convertito dalla l. 98/2013 recante disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia, che modifica il d.lgs. 28/2010.

Da qui traiamo spunto per continuare l’impegno a mettere in circolo l’esperienza e gli studi condotti in questo ventennio, nella speranza che la sperimentazione attuata, insieme ad una valorizzazione delle esperienze virtuose presenti nel territorio, possa offrire dati e sollecitazione. Queste possono infondere il coraggio di aprire orizzonti nuovi, di lanciare sfide che creano un reale rinnovamento del concetto stesso di giustizia. Possono essere recepite e promosse al fine di rendere la norma sempre più efficace, risolutiva, rispondente a bisogni immediati. Ma anche segno e stimolo dello sviluppo delle strutture istituzionali e della organizzazione dei servizi che la società si è data.

Quindi ecco con le parole del Ministro: “ La rinnovata rilevanza attribuita dal legislatore al procedimento di mediazione e conciliazione eleva l’istituto a fondamentale strumento di deflazione del contenzioso civile, volto a incrementare l’efficienza del sistema giudiziario che costituisce, come è noto, uno degli elementi sui quali si misura la funzionalità del sistema economico nonché l’affidabilità internazionale del nostro Paese”

Parole che fanno tremare i polsi, che riversano un arduo compito su chi le fa proprie. Sono affermazioni che tuonano! Ma chi, si sente di assumersi tale responsabilità nelle attuali condizioni? A che titolo viene richiesto ciò? Ci attendiamo dal Ministro, ed è urgente, interventi per rendere possibile ed attuabile un istituto che viene elevato a tali alti compiti: deflazionare per incrementare l’efficienza giudiziaria e con ciò la credibilità internazionale del Paese e la funzionalità del sistema economico. E siamo fiduciosi che ciò avvenga perché è in linea con il senso della giustizia che, parlando alla Commissione Giustizia del Senato già il 20 maggio 2013 –e, successivamente, alla Camera il Ministro Cancellieri ha espresso e a cui noi ci sentiamo molto vicini: “Non saprei concepire la giustizia esclusivamente nei termini di erogazione di un servizio e riterrei riduttiva qualunque interpretazione che la confinasse in questa asfittica visione [l’efficienza e la capacità di far funzionare la macchina amministrativa della giustizia rappresentano, indubbiamente, una questione decisiva nel processo di modernizzazione e di recupero di competitività del nostro Paese[…] questo, però, non esaurisce la reale portata del tema che è, in definitiva, un tema di democrazia sostanziale: la capacità che ha lo Stato di operare in una prospettiva costituzionalmente orientata alla costruzione di una società giusta”.

E’ legittimo pensare quindi che la logica all’interno della quale vanno letti gli interventi in merito alla mediazione debba andare oltre ogni asfittica visione di efficienza della macchina organizzativa, certo anche questa va salvaguardata e potenziata, ma occorre andare oltre : è un tema di democrazia sostanziale, di una prospettiva orientata alla costruzione di una società più giusta. Ed anche radicalmente pacificata, altrimenti gli interventi che si andrebbero ad approntare sarebbero troppo di superficie.

E’ chiaro da tempo che le sentenze chiudono il contenzioso, ma non lo risolvono. Comunque impegnarsi nella direzione di farlo chiudere prima possibile è un’ottima via, in quanto si riducono i tempi di attesa a cui corrispondono spesso insostenibili esborsi economici, ma anche radicalizzazioni delle contrapposizioni, a volte con danni irreversibili, che mai possono aprire la possibilità di una armonica o almeno civile prosecuzione dei rapporti tra le parti che si sono viste riconoscere come vincitori e vinti.

 Ben vengano, quindi, tutti gli interventi che tolgono linfa al conflitto, che potenziano le risorse giudiziarie o similari vie alternative.

Ma non è buono che si tenda solo alla chiusura del contenzioso e non importa come nè importa con chi. Non basta la sola garanzia che le vie alternative salvaguardino gli inviolabili diritti di ogni cittadino ad una giustizia giusta, quella cioè in cui la parte debole possa ugualmente sentirsi garantita, come avviene in giudizio quando non è raro che il giudice diventi garante dei diritti ancor più quando vede che perfino la difesa di una parte manca di attenzione, talvolta di competenza.

Al cittadino va garantita la scelta fra le possibili strade. Tutte al meglio “manutenute” e “costruite” Ivi compresa quella di una mediazione degna di tale nome.

Scegliere tra possibili strade

Chi ne ha fatto esperienza in prima persona, ed anche chi ne conosce per esperienza professionale i tratti, sa bene che il conflitto ha un senso profondo nella vita delle persone. Prima ancora che materia di interesse del Ministero della giustizia e fonte del lavoro per giudici, avvocati, cancellieri, periti, è vita degli individui, ha origini, forme, intensità, esiti, conseguenze, che non si colgono solo nella realtà della disputa, ma provengono dalle persone ed evolvono con esse.

Il senso puro quindi dell’opera di chi è chiamato a dirimere i conflitti altrui non può che discendere da questa consapevolezza.

Oggi ci sono le condizioni per incoraggiare ruoli nuovi e professioni idonee a occuparsi delle vicende di contrapposizione delle persone anche in modo olistico, con attenzione a sciogliere i fatti, ma con il compito di considerarli espressione di ragioni altre che devono trovare cittadinanza e rispetto, che non devono essere negati. Questo è possibile con le vie alternative alla logica giudiziaria. Questa, assumendo su di sé il dovere oneroso di decidere per gli altri, lo può fare solo a partire dalla applicazione del codice, in termini di diritto riferito alle azioni messe in atto, alle richieste oggettive. Le nuove vie diversamente prendono come perno centrale la persona, la sua responsabilità, la sua conoscenza di come stanno realmente le cose e quali sono i suoi effettivi problemi. Questa la cifra della mediazione.

“Rinnovata rilevanza” e rinnovati interventi

Nel discorso prima citato il Ministro sembrava non dimenticare che: “ovviamente, la diffusione di tale strumento dovrà essere accompagnata da regole deontologiche e di incompatibilità serie e rigorose, dal rispetto di un principio di competenza, da una adeguata professionalità dei mediatori”.

Assolutamente ineccepibile. In attesa di  azioni congruenti ci siamo permessi quindi di richiedere al Signor Ministro, e lo torniamo a fare, come il nuovo intervento volesse considerare alcune questioni che appaiono no conditio sine qua non per il raggiungimento stesso delle finalità dichiarate nei Suoi interventi.

1) Quali sono i requisiti dei quali devono disporre i soggetti che, con l’accredito del Ministero, offrono il servizio di mediazione?

2) Come rimuovere la cappa di ignoranza che ha soffocato le potenzialità di uno strumento veramente innovativo?

3) Oltre alle tecniche che il negoziatore deve padroneggiare, quale deve essere la visione preliminare e complessiva delle relazioni e degli obiettivi che rilevano anche nella prospettiva sociale dell’access to justice?

4) E’ possibile giungere alla definizione della figura del mediatore assunta a riferimento, e sviluppare un serio pensiero sul significato del suo agire, affinché il suo essere davvero innovativo e alternativo non siano confusi con desuete prassi?

5) Come possono essere individuati i profili necessari alla definizione degli standard di qualità del servizio di mediazione affidato agli organismi accreditati? E’ sufficiente enuclearli mediante un questionario, come attualmente previsto, cui ogni interessato è invitato a rispondere esprimendo la propria opinione sull’esperienza ad oggi maturata di mediazione?

6) Il Ministero intende individuare ed imporre linee di indirizzo ed adeguati canoni qualitativi in funzione degli obiettivi che alla mediazione sono attribuiti?

7) Quale modello e quale metodo operativo si scelgono? Come si forma il professionista, per quanto tempo?

8) Quali interventi organici e capillari possono ipotizzarsi per il radicamento della cultura della mediazione nel cittadino –ma altresì nell’avvocato e nel giudice- affinché essa non venga considerata un balzello in più prima di poter approdare al giudizio, ma trovi terreno fertile in quanto via alternativa ricca di vantaggi?

In assenza di corposi e ponderati interventi, anche alla luce di quanto avvenuto nello scorso triennio, si teme che si riduca la mediazione ad una riproposizione dell’istituto della conciliazione già sperimentato, senza mai lusinghieri effetti, neanche sul piano numerico, ad un improbabile esperimento meramente negoziale che ha possibilità di successo dove sostanzialmente è inutile, cioè per quelle questioni bagatellari che fisiologicamente si chiudono, che si instaurano con già la prospettiva di essere presto ritirate. Comunque va tenuto in grande considerazione quanto dice Paola Lucarelli: “l’accordo conciliativo è sano e longevo solo se il confronto è entrato nelle ragioni del conflitto, ha sostato nel diritto, ha percorso tutti gli interessi, ed è infine approdato alle volontà libere e consapevoli delle parti, indossando, fra l’altro, il miglior vestito giuridico possibile”.

La “rinnovata rilevanza”, ribadita della Direttiva prima citata si da man mano che si concretizzata con rinnovati interventi!

Se, come dice la Direttiva :” È evidente come, al fine di conseguire il raggiungimento degli obiettivi prefissati in questo campo dal legislatore, sia necessario garantire, innanzitutto, che il procedimento di mediazione si svolga in maniera tale da assicurare ai cittadini che debbano o intendano avvalersene un elevato livello di preparazione professionale dei mediatori” riteniamo che non possa tardare l’impegno del Ministero ad entrare approfonditamente nel merito, non vale la delega alla buona volontà e allo scrupolo dei singoli organismi. Il conflitto, ed ancor più il contenzioso, è una cosa seria per il cittadino che lo vive. Lo Stato deve dare risposte serie al suo bisogno di giustizia.

Un’idea ulteriore ma non secondaria

Contemporaneamente un’altra idea mi appare suggestiva per il ruolo di propulsore di progresso sociale che vorrei caratterizzasse questo ministero. Sarebbe innovativo ed arricchente che divenisse catalizzatore di impegno plurale intorno al conflitto, serio, competente, con contaminazioni di saperi diversi, con energie rinnovate!

E’ certo che i cittadini, in quanto persone, non si possono sottrarre ai conflitti ma che troppi di questi si trasformano in contenziosi, spesso pretestuosi. Non sempre lo sono ma certamente generalmente sono segno che si è poco capaci di sostenerne il peso e contenerli entro binari fisiologici. Forse diminuisce il senso di responsabilità di molti rispetto al compito di ciascuno, nessuno escluso, di saper governare le situazioni complesse senza delegarle ad un altro. E questo va allora “curato” rinforzando le risorse individuali carenti, fortificando le strutture di personalità, educando alla capacità di relazionarsi con gli altri nel reciproco rispetto. Urge approntare e promuovere una formazione quindi alla vita adulta, oggi terra di nessuno. Molti si diffondono in onorevoli discorsi teorici sul dover essere, sulla necessità di non consentire che siano sopraffatte le istanze profonde, connaturate all’essere umano, da bisogni indotti, effimeri, superficiali, che mai saziano. Raramente qualcuno si spende per creare situazioni operative in cui, mettendosi in gioco concretamente, le persone possano acquisire consapevolezza delle loro “zone d’ombra” e delle loro “luci”, dei punti di forza e di debolezza, delle parti di sé cresciute e di quelle bloccate in meccanismi che impediscono di vivere a pieno la propria età adulta, di potenziare ciò che vale la pena e corrisponde al nostro desiderio di essere, depotenziare ciò che contrasta con questo progetto.

La richiesta potrebbe essere promossa proprio dal ministero della giustizia che vede in fase finale, cioè nell’ambito dei servizi del ministero della giustizia, gli effetti di tale vuoto di competenze.

Si intasa il sistema giudiziario ma si “ferisce” anche la vita delle persone che si fanno risucchiare le migliori energie nel “combattere”, “con tutte le armi” l’altro, seppur nella forma sublimata della ritualità processuale dei vari gradi di giudizio. Il motore di tale comportamento lo svela già la terminologia a cui si ricorre, ed è la voglia di sopraffare, di distruggere che mai si sazia, che anzi si nutre di se stessa: della eccitazione che la lotta dà, della speranza che prima o poi si vincerà, si troverà qualcuno, un giudice non corrotto, un collegio giudicante che legge le carte, e si avrà riconosciuta l’agognata ragione. L’altro, che intanto è diventato sempre più ostile, e sempre più nemico da abbattere, l’ovvio torto. A questo altare si immolano tutte le migliori energie, sparando le “proprie cartucce” e di fatto avviluppandosi in insani investimenti della propria vita.

Si potrebbero allora creare sinergie trasversali a più competenze ministeriali per recuperare quella formazione umanistica, tanto richiamata da autorevoli studiosi, cito per tutti Martha Nussbaum. Efficace quindi potrebbe risultare la proposta di creare spazi di formazione ad hoc a partire dall’università e a scendere fino ai primi gradi di istruzione, ma non solo, e penso alla formazione permanente richiesta a molti professionisti e spesso circoscritta all’ambito tecnico di appartenenza.

La mediazione è senza dubbio un paradosso: è l’utopia di far trovare la pace a chi, invece, vuole confliggere.

Eppure è forse ciò di cui oggi più che mai abbiamo bisogno e, fortunatamente, forme di mediazione, applicate in ambiti diversi, e normati con diversa consistenza da tempo si affacciano anche alla nostra società, mentre in altri Paesi hanno una posizione già consolidata.

E come tutte le utopie trova la sua funzione nella realtà, come punto di arrivo di un percorso che non finisce mai: mediare è vivere con consapevolezza dell' “altro”, e non come individui di una specie dominante che vive la relazione come lotta per l'egemonia.

(Altalex, 12 dicembre 2013. Articolo di Maria Martello[1])

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[1] Ha pubblicato il volume La formazione del mediatore. Comprendere le ragioni dei conflitti per trovare le soluzioni, Utet Giuridica, Torino, 2013.

Il volume  nasce come risposta al segnale lanciato da tanti autorevoli giuristi i quali hanno lamentato che la legge sulla mediazione è stata definita e ridefinita ma ha lasciato il vuoto sul tema della formazione, vuoto lasciato anche dal dibattito culturale.  E temono che se non si pone attenzione a ciò, fallisca l’opportunità che tale innovazione  rappresenti una vantaggio per il cittadino. Addirittura potrebbe comprometterne il suo diritto di giustizia neutrale ed equa.

E’ un volume della collana Cultura della Mediazione diretta da P.Conte, P.Lucarelli, I. Pagni Professori Ordinari dell’Università di Firenze.

L’opera è costruita sulla esperienza inedita ed inusuale di 20 anni di formazione sul campo!

Oltre che tracciare le linee guida , entra nel merito del metodo e dei contenuti del percorso di formazione del mediatore. Ma di fatto propone uno stile di formazione dell’adulto e può interessare chi si occupa di scienza della formazione.

Ma soprattutto ècertamente  una lettura necessaria per ogni professionista.

Utile per ogni adulto che in quanto tale negozia sempre:nella vita e nel lavoro. Se lo sa fare genera un vantaggio per sé e per tutti.

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