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Mediazione prima di andare dal Giudice

Mediazione prima di andare dal Giudice - Mondo Mediazione

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Ecco come funziona. Intervista alla Professoressa Maria Martello

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Articolo tratto da AffarItaliani, visibile direttamente qui.

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Mediazione prima di andare dal giudice. Ecco come funziona. L'intervista

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Venerdì 17 Gennaio 2014

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La legge 9 agosto 2013, n. 98 rende la mediazione obbligatoria in contenziosi di varia natura (controversie in materia di condominio, diritti reali, divisioni, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria e da diffamazione con mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari).

Ma si è mediatori anche nella vita di tutti i giorni, senza per forza essere nell'aula di un tribunale. Comprendere le ragioni dei conflitti e trovare le soluzioni è un'arte che va studiata, come qualsiasi altra disciplina.

Per cercare di colmare il vuoto sulla formazione in questo campo, lamentato da autorevoli giuristi, è in libreria il volume "La formazione del mediatore" (edizioni UTET Giuridica), di Maria Martello, psicologa, mediatrice e formatrice, giudice onorario presso la Corte d’Appello di Milano. Il libro sarà presentato mercoledì 29 gennaio alle 18, alla Casa della Cultura di Milano, in via Borgogna, 3.

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L'INTERVISTA

Di Giovanna Granito

Lei si definisce donna che ama "andare per sogni" e affermare che nella sua mission c'è il ricercare seriamente la felicità nel qui e ora: qual è il significato di ciò per lei e per ogni individuo?
"Per sogni, ma con i piedi ben radicati per terra, in quanto so che è possibile immaginare e costruire relazioni migliori. Anzi non si modifica nulla se non si sa immaginare, senza avere in mente nuove modalità da sperimentare. Andar per sogni ha per me un significato ben preciso. E' non rassegnarsi all'attuale imbarbarimento in atto. E' pensare che la società intera può migliorare se recupera il suo quid di umanità, invece che abbrutirsi in vendette e ritorsioni, alimentare conflitti che avvelenano l’esistenza. E’ l’aver sperimentato che lo strappo di una tela può, con ago e filo, essere rimediato con un brutto rattoppo o con un rammendo invisibile, magari anche con un creativo ricamo: i fatti della vita li si può gestire in qualche modo o far diventare materia duttile, cui dare la migliore forma, sino a farli diventare eventi unici, forieri di rinnovate consapevolezze e ben-essere. Tutto ciò è possibile solo però ad alcune condizioni".

A quali condizioni fa riferimento?

"Mi occupo di mediazione dei conflitti: la pratico e la studio da molti anni. La mediazione che io propongo, secondo il modello filosofico umanistico elaborato, ha la caratteristica non solo di rendere protagoniste della risoluzione dei conflitti le parti contendenti, ma di farlo arrivandovi progressivamente mediante un'operazione di scavo alla radice dei bisogni profondi di ciascun contendente; bisogni che appartengono a ciascuno, sempre diversi, di cui spesso non si ha nemmeno consapevolezza. Sintetizzabili nel diritto al riconoscimento della propria dignità di persona. Una vera e propria opera di archeologia, come amo chiamarla. Questo fattore facilita veramente la riapertura del dialogo fra le parti. E quando ciò avviene non solo il conflitto è realmente risolto, ma le parti imparano che il cambiamento è possibile, che la relazione interpersonale può essere migliorata, che è vantaggioso e importante per sé stessi aprire le orecchie e il cuore anche all'ascolto dell'altro, che è possibile riconoscere anche le ragioni diverse, a volte contrapposte, dell'altro, considerato prima solo come un nemico da annientare. Di fatto si tratta di un percorso raffinato ed elitario di autoformazione personale. Di solito non si è stati educati a ben gestire la relazione ed ecco che il conflitto diviene occasione per recuperare questa impreparazione, parziale o totale, e per sviluppare nuove competenze. Anche per comprendere il senso profondo che ha nel mistero di vita di ognuno. A volte è solo il dolore forte di un dissidio che induce ad uscire da consolidate, anche se scomode, abitudini ed aprirsi a cambiamenti vitali e rinvigorenti. In questo modo invece che spendere forze per tenere in vita i conflitti, si usano per uscirne".

Diverse sono le offerte di mediazione. Che peculiarità ha la mediazione filosofico umanistica?

"Le offerte di mediazione riguardano modi di procedere tra loro alquanto diversi. Il problema grosso è una certa nebulosità di idee in particolare in fatto di formazione degli operatori. Non è sufficiente affermare che adesso c’è la mediazione obbligatoria per pensare di aver risolto il problema di attuare una giustizia prossimale al cittadino. Il ricorso alla mediazione voluto dal legislatore si innesta su un terreno purtroppo ancora impreparato ad accoglierla ed inoltre ha un carente impianto formativo. Lo dimostrano le offerte organizzative e didattiche basate su interventi di poche ore soltanto e dal carattere prettamente informativo. L’alta responsabilità umana e professionale del mediatore richiede al contrario i tempi adeguatamente lunghi, di una formazione vera e ricorrente, centrata sulla persona destinata a “essere” mediatore e non solo a “fare” il mediatore. Questa è l’idea che mi ha condotto ad elaborare il progetto di formazione, quale presupposto della mediazione filosofico umanistica. Una formazione che richiede un serio impegno, ma nello stesso tempo offre la preziosa opportunità di acquisire solide competenze professionali e relazionali, queste sono la garanzia di poter dare un efficace contributo alla risoluzione dei conflitti. Un progetto ora raccontato e presentato, quindi a disposizione di tutti, sia di chi vuole svolgere la professione di mediatore sia di chi vuol continuare a svolgere il suo lavoro ma con capacità più raffinate sia di chi vuole essere più preparato nel condurre la sua vita in modo maturo e felice".

Come è giunta all'arte della mediazione, quali esperienze e quali studi l'hanno avvicinata a questa linea culturale?
"Io ero una professoressa di scuola secondaria laureata in filosofia. Ad un certo punto ho considerato conclusa la mia pur felice esperienza nella scuola. Ed ho iniziato a seguire come giudice onorario i casi difficili di adolescenti autori di reato, che finivano in istituto di pena, an volte senza la prospettiva di vera e propria riabilitazione. Mi lasciava insoddisfatta la risposta che la giustizia, pur con scrupolo e rigore, metteva in atto nei confronti di questi giovani. A volte si lamenta che anche nel carcere minorile si finisca per peggiorare la propria condizione di reo, se non vi sono occasioni di recupero. Cosa ancor più pesante: la pena retributiva, una volta scontata potrebbe restituire alla società un individuo che non ha elaborato la consapevolezza del danno arrecato ma altresì che è pronto a delinquere di nuovo. Quello che diciamo recidiva. La mia sensibilità di persona abituata a valore di relazionarsi in modo costruttivo mi conduceva a pensare che dovevano essere trovate efficaci strade di prevenzione, ma che una volta verificatosi un reato, la risposta che da dare doveva essere meglio corrispondente alla situazione. Dovevano esserci altre strade. Il reo non doveva essere lasciato nella sua condizione di reo; doveva avere la possibilità di riscattarsi attraverso la consapevolezza del danno arrecato alla vittima, mediante azioni concrete da attuare in favore della vittima stessa. Questa ricerca mi ha condotto a formarmi alla mediazione con la guida di J. Morineau. Ora ho elaborato un mio metodo operativo che applico nel mio essere mediatrice dei conflitti e formatrice di chi vuole fare il mediatore".

Si dice che la donna abbia delle capacità e caratteristiche innate come la sensibilità e l'ascolto empatico, quanto può aiutare essere donna nel ruolo di mediatrice?
"La sensibilità e la capacità di ascolto empatico sono due caratteristiche tipiche del femminile, ma vanno comunque educate. Quindi anche il maschile può svilupparle e metterle in gioco nella vita e nella professione. La marcia in più è data dal fatto che nella donna è presente un'altra caratteristica: la capacità di accogliere e promuovere l'altro, per renderlo protagonista, capace di trovare il bandolo della matassa, afferrarlo e trovare in sé la forza per tirarlo così da dipanare le situazioni, anche intricate, in cui si viene a trovare, anche suo malgrado, nella vita. Queste sono qualità richieste al mediatore".

Lei parla di intelligenza emotiva, quali sono le caratteristiche? Si può misurare come il quoziente intellettivo?
"L'intelligenza emotiva o delle emozioni, come la descrive Martha Nussbaum, non è facilmente definibile. Ma in quanto forma di intelligenza che si esprime in azioni è osservabile. Per questo non sono mancati tentativi di misurazione. La ricerca in psicologia, tuttora in atto, (penso a studiosi come Peter Salovey, Jonh D. Mayer, Reuven Bar-On, Konstantin Vasily Petrides, Adrian Furhnam) ha già elaborato una vasta letteratura sulle diverse modalità per misurare l'intelligenza emotiva, soprattutto attraverso l'osservazione delle risposte comportamentali dell'individuo come capacità di comprensione e adattamento nelle diverse situazioni relazionali".

Nel suo libro La formazione del mediatore. Comprendere le ragioni dei conflitti per trovare le soluzioniparla di intelligenza emotiva. Secondo Lei come si possono gestire le emozioni al meglio? Non tutti sono consapevoli delle proprie, o meglio a volte non si è capaci di gestirle?
"Potrei dire che in realtà si tratta di imparare a studiare, studiare, studiare… sé stessi. In genere l'individuo ha scarsa consapevolezza delle proprie emozioni. Ciò è dovuto al fatto che nessuno nel corso degli anni di formazione scolastica si è premurato di educarlo a riconoscerle per poterle gestire vantaggiosamente. E questo è dannoso per il benessere della persona e della sua vita relazionale, in pubblico e nel privato. Le emozioni si vivono, per questo è necessario un percorso formativo a carattere prevalentemente operativo, meglio se svolto in gruppo eterogeneo, con la guida di un formatore competente, in cui si impara prima di tutto a vederle in sé stessi, dando loro un nome e riconoscendo dignità anche alle emozioni negative ( rabbia, gelosia, invidia, etc.). Bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco molto seriamente, consapevoli che la formazione, purché non sia solo informazione teorica, cambia chi vi si accosta. Questo è l'incipit. Poi si apre tutto un percorso di approfondimento e di analisi delle emozioni imparando a confrontarsi con gli altri nelle situazioni interpersonali, in cui si acquisisce nel tempo la capacità di leggere anche le emozioni dell'altro. La formazione personale in realtà non finisce mai, divenendo facilmente una sorta di autoformazione permanente".

Lei parla molto di empatia: si può imparare ad essere empatici?
"Noi abbiamo già le premesse per educare la capacità empatica, già inscritta in ciascun individuo. La scoperta dei neuroni specchio ne ha evidenziato l'importanza funzionale. Ma come tutte le capacità inscritte nell'uomo deve essere educata. Il modello di formazione che ho elaborato e continuo ad applicare consente l'esercizio della capacità empatica come favorente la comunicazione interpersonale e la sviluppa con modalità inusuali, cioè molto lontane da quelle conosciute ed usate per sviluppare l'intelligenza razionale o per informare. Questo modello frutto di sperimentazioni e valutazioni decennali ora è messo a disposizione dei lettori nei miei scritti ed in particolare in La formazione del mediatore".

Lei in Italia è uno tra i maggiori esperti di mediazione umanistica, ha incontrato Jacqueline Morineau. Cosa l’ha portata verso la definizione di un modello filosofico-umanistico?
"Proprio seguendo le esperienze di formazione e lo stile di mediazione che veniva attuato in Francia mi sono detta che occorreva portarla in Italia , ma con i dovuti correttivi. Occorreva cioè un adattamento e quindi un ulteriore approfondimento delle finalità sottese alla mediazione umanistica. Mi ha sostenuto in questa ricerca il riferimento alla filosofia (in particolare Salvatore Natoli) in cui ho ritrovato i fondamenti relativi ai concetti di dignità della persona, del rispetto della diversità, del diritto alla felicità personale, alla libertà, del diritto all'autodeterminazione e all'autorealizzazione, dell'importanza della cura e del ben-essere personale. Per questo io parlo di mediazione filosofico umanistica".

Si parla di arte della mediazione, in che senso?
"Ogni conflitto è originale ed unico anche quando sembra trattare problematiche similari. Per questo, sotto certi aspetti il mediatore è un artista. Infatti a differenza del giudice che si riferisce all'interpretazione del codice, e ha quindi una strada già tracciata, il mediatore deve inventarsi ex novo il percorso mediativo, proprio come un artista farebbe con una materia grezza da modellare o un esploratore nella foresta. Per questo si può affermare che il capolavoro è tanto il risultato quanto il percorso. Certo agisce con gli strumenti specifici di questa arte: la competenza e la padronanza delle tecniche comunicative, la creatività, l'apertura a nuove ipotesi di soluzione, la capacità di rendere protagoniste le parti contendenti, l'inventività di tracciare insieme a loro nuove strade verso possibili soluzioni, la pazienza nel rispettare i tempi necessari all'elaborazione del conflitto da parte di entrambi".

Mediare i conflitti è un viaggio verso la scoperta di soluzioni. Quali sono le principali tecniche che Lei utilizza?
"Non esistono conflitti fotocopia e di conseguenza neppure mediazioni fotocopia. Dalla mia 'cassetta degli attrezzi' ( le tecniche, appunto, che bisogna saper padroneggiare con la massima sicurezza) scelgo di volta in volta le modalità che ritengo più adeguate alla situazione, sempre inedita, che bisogna affrontare. In genere curo sempre la mia capacità di ascolto empatico, affinché la comunicazione risulti efficace, curo il mio essere autentica, non impedisco ai contendenti di sfogare anche in modo forte il loro dolore, mantengo una giusta distanza dai loro problemi pur attuando un ascolto attivo; cerco di rendere chiari i nodi del problema che le parti mi presentato e di cui a volte loro stessi non si rendono conto, esalto i punti di forza di ognuno, faccio porre attenzione alla corrispondenza dei propri comportamenti con le aspirazioni più profonde che ciascuno nutre per sé, curo lo stile di accoglienza e di riservatezza che la situazione richiede".

Quali sono i riferimenti culturali che hanno reso possibile questa sua preparazione?
"Io amo il confronto. In primis con la mia parte più profonda da cui ascolto ed attingo il massimo delle consapevolezze. Dopo J. Morineau ho avuto modo di confrontarmi con altri mediatori che come me si avviavano a sperimentare in Italia, e in particolare a Milano, i primi percorsi di mediazione nel settore del penale minorile. Con loro ho fondato un gruppo di lavoro con cui ho condotto varie esperienze. Ma i miei "maestri" sono stati e sono soprattutto i casi di mediazione con i diretti protagonisti, perché lo studio e l'osservazione di questi mi ha dato modo, oltre che di prestare un utile servizio, di arricchire , di accrescere continuamente le mie competenze, in una sorta di costante ricerca-azione in cui sempre campeggia l'impegno di autoanalisi critica dei miei interventi mediativi e dei feedback che ne ricevevo. A questo fattore si aggiunge lo studio e il confronto con le teorie dei filosofi della corrente esistenzialista, e contemporanei come Martin Buber, Immanuel Lévinas, Salvatore Natoli, tanto per citare alcuni esempi che approfonditamente hanno affrontato il problema della relazione, della diversità e della responsabilità. Altre preziose indicazioni ho ricavato da costituzionalisti e studiosi del diritto".

La metafora è una forma di comunicazione a cui lei spesso ricorre nei suoi interventi di mediazione e di formazione ma anche nei suoi scritti. Ho letto un'interessante interpretazione della storia del lupo di Gubbio e San Francesco. Come mai ha scelto San Francesco?
"In effetti si sarebbero potute scegliere anche altre metafore, ma l'episodio del lupo di Gubbio, molto più di altri esempi, è davvero esemplificativo e originale per comprendere l'essenza del mediatore! Il racconto fa risaltare a tutto tondo il ruolo di San Francesco nella sua specificità di mediatore: stabilisce infatti un ponte fra la comunità e il lupo stesso arrivando a corresponsabilizzarlo. Ascolta e accoglie le ragioni della gente ma anche quelle del lupo. Così pian piano svela agli occhi dei più cosa si nasconde dietro la ferocia del lupo. Si fa quindi promotore di riabilitazione sociale, di un patto di convivenza pacifica e di una relazione rinnovata in senso migliorativo".

Tre aggettivi per descrivere un mediatore professionista ideale.
"Coraggioso, fiducioso, umile. Tuttavia più che di mediatore ideale preferisco parlare di mediatore competente".

Secondo il Suo punto di vista ci sono delle "regole" da rispettare per una mediazione ideale?
"Una mediazione ideale è una mediazione correttamente condotta ,con il rispetto della necessità di rendere le parti contendenti protagoniste del confronto, di mantenere una posizione di neutralità e di riservatezza, di concedere il tempo necessario all'elaborazione del conflitto evitando ogni forzatura, di ascoltare col massimo rispetto le ragioni di ciascuno astenendosi da giudizi che risulterebbero bloccanti, di sostenere ciascuna parte nella ricerca di soluzioni al conflitto che le vede contrapposte".

Cosa pensa del mobbing, oggi considerato reato ma sempre fonte di angosce per chi lo vive? La mediazione può essere efficace anche in caso di mobbing?
"Il mobbing, problema antico ma sempre attuale, può avere tantissime cause: principalmente la competizione nell'attività lavorativa , l'invidia, la gelosia, la rivalsa, il gusto sadico che spinge il mobber a vessare la vittima incapace di reagire, con l'obiettivo di metterla in cattiva luce, con le spalle al muro, squalificandola per eliminarla. Ma soprattutto è la triste misura dell'incompetenza e della mancanza di formazione umanistica, tanto trascurata in ogni curriculum scolastico, anche universitario tanto necessaria per navigare bene nella vita. Cooperazione ed emulazione consentono il superamento di questa logica: così l'essere umano può essere indotto a sviluppare le parti migliori di sé, con il conseguente effetto di crescita della società tutta. Ed anche quando della competizione non può farsi a meno, essa può collocarsi su piani diversi, senza dover necessariamente scatenare conflitti, magari nobilitandosi e divenendo emulazione".

La mediazione può essere efficace anche in caso di mobbing?
"Certo. Può essere un'opportunità per superarlo e ricostruire una relazione corretta e gratificante. Può essere uno stimolo molto efficace superare tutti i comportamenti di cui prima abbiamo detto. Fa scoprire una prassi non consolidata e cioè che l'emulazione, al di là della competizione distruttiva, è un processo sano per uscire dall'invidia: invece che voler togliere o distruggere qualcosa che qualcun altro ha, si tenta di eguagliare il comportamento dell'altro che lo ha portato ad avere ciò che in lui è apprezzabile: non più lo si invidia, ma lo si imita, facendo proprio ciò che di buono attrae di lui".

E come può servire all’azienda?

"In molti modi.Le imprese, grandi o piccole, sono ambienti sociali particolarmente complessi, ove la continua pressione verso i risultati ed il confronto fra persone e gruppi portatori di obiettivi e prospettive differenti spesso determina l’insorgere di controversie ed incomprensioni che, se non opportunamente affrontate e gestite, si traducono in situazioni di conflitto latente o manifesto, ostacolando il raggiungimento degli obiettivi personali ed aziendali. Circostanze ricorrenti quali l’adozione di nuovi processi organizzativi, l’avvio di piani di sviluppo, l’analisi della gestione delle criticità organizzative con la conseguente valutazione dell’operato di alcuni, possono rappresentare un momento tipico di conflittualità che necessita di proficue azioni correttive.

Pertanto la formazione alla mediazione può far nascere servizi di ascolto del conflitto all’interno dell’azienda, creare nel più ampio numero possibile le competenze per meglio relazionarsi e per gestire i conflitti con modi costruttivi, sensibilizzare alla nuova cultura della mediazione in modo tale che, in caso di necessità cioè di conflitto esploso, ovvero di contenzioso, invece del giudice si può richiedere l’intervento del mediatore".

E per un manager?

"La maggior parte dei manager e dei professionisti non ha ricevuto una formazione specifica alla mediazione dei conflitti. Nella quotidianità delle loro relazioni di lavoro, se debitamente formati, possono condizionare positivamente il clima relazionale, evitando che talune situazioni sfuggano di mano. I conflitti gestiti senza la necessaria competenza non solo vanno a detrimento del benessere personale e del contesto organizzativo, ma determinano altresì costi diretti e indiretti anche significativi, che si manifestano attraverso cali di produttività, aumento dei contenziosi, incremento dell’assenteismo e del turnover, demotivazione, inibizione della creatività e della comunicazione. In questo contesto, acquisire competenze specifiche nella mediazione dei conflitti secondo il modello umanistico, e contribuire a diffonderne la cultura in azienda, rappresenta una priorità per quanti si occupano di human resources management, nonché una leva fondamentale di sviluppo per tutti i professionisti che desiderino sviluppare con autorevolezza la propria capacità di leadership".

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