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Mediazione ex officio

Mediazione ex officio - Mondo Mediazione

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L’ordinanza del Tribunale di Milano del 29 ottobre scorso è significativa e rappresentativa delle potenzialità della mediazione delegata uscita rafforzata dalle modifiche apportate dal decreto del Fare al d.lgs. 28/2010.

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Articolo tratto da Diritto e Giustizia, visibile direttamente qui.

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Mediazione delegata dal giudice: un’ordinanza decalogo

di Fabio Valerini - Assegnista di ricerca in diritto processuale civile

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Giovedì 31 Ottobre 2013

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L’ordinanza del Tribunale di Milano del 29 ottobre scorso è significativa e rappresentativa delle potenzialità della mediazione delegata uscita rafforzata dalle modifiche apportate dal decreto del Fare al d.lgs. 28/2010.

(Tribunale di Milano, sez. IX Civile, ordinanza 29 ottobre 2013)

Ed infatti, nel caso di mediazione delegata non siamo più in presenza di un mero invito a presentare una domanda di mediazione che il giudice può rivolgere alle parti, ma di un obbligo che rende il tentativo di mediazione una condizione di procedibilità della domanda giudiziaria.
Mediazione delegata destinata ad operare sia in primo grado che in appello, ma soprattutto con riferimento sia a controversie per le quali è già previsto il tentativo di mediazione (e magari è stato già inutilmente esperito) sia a controversie (come quella in discussione davanti al Tribunale di Milano) per le quali la legge non ha previsto la condizione di procedibilità di cui al comma 1-bis d.lgs. 28/2010.
Nel caso di specie è pendente in grado di appello un processo di opposizione al precetto promossa dal ex coniuge che contestava all’altro di avergli addebitato alcune voci di mantenimento in realtà non dovute.
La valutazione di opportunità. Orbene, secondo il Tribunale di Milano vi sarebbe un’evidente opportunità di una soluzione conciliativa della lite. Ed infatti, da una parte «la controversia involge due parti legate da pregresso rapporto affettivo [peraltro] destinato a proiettarsi nel tempo, in quanto i litiganti, non più coniugi, sono tuttavia ancora genitori».
Dall’altra parte, poi, l’opportunità del tentativo di mediazione viene tratta da precedenti specifici di accordi stragiudiziali intercorsi tra le parti. Ed infatti, il giudice valorizza in tal senso la circostanza che «in passato, i genitori sono stati in grado di pervenire ad accordi (v. ricorso congiunto per la fase del divorzio): hanno, dunque, rivelato la capacità di confrontarsi e di adottare soluzioni condivise».
Il valore della controversia. Ma quello che, forse, ha pesato di più al fine dell’emanazione dell’ordinanza credo sia una valutazione assolutamente corretta fatta dal giudice.
Ed infatti, nell’ordinanza si legge che è «evidente [uno] iato tra il diritto fatto valere (guardando al valore del credito secondo la prospettazione attorea) e lo strumento azionato per tutelarlo (due gradi di giudizio)».
Ma v’è di più. Nel mentre le parti discutono di un precetto, è stato notificato un ulteriore precetto: un sintomo di ciò, che non sempre lo strumento giudiziario è «inidoneo a prevenire ulteriore contenzioso»
I due sintomi, inquadrati nel contesto di riferimento (e, cioè, quello familiare) sembrano aver indotto (forse non a torto) il giudice a pensare che il contenzioso possa esprimere una mancanza di comunicazione delle parti che è opportuno affrontare e risolvere sul modello (abstit iniuria verbis) di una ‘terapia di coppia’. In altri e più chiari termini sembrano addirittura essere prevalenti gli aspetti di contrasto emotivo piuttosto che giudiziario.
Ecco perché il giudice osserva che «tenuto conto del peso effettivo della controversia, in termini monetari, lo stesso creditore avrebbe potuto anteporre alla scelta sposata in via diretta (sistema di risoluzione pubblico delle controversie), l’opportunità di un sistema di risoluzione alternativo della controversia (es. mediazione familiare; mediazione civile; diritto collaborativo; etc.) e riservare, dunque, il percorso giurisdizionale solo alla res litigiosa residuata all’esito del fallimento delle procedure di confronto amichevole».
Un confronto amichevole che se ben facilitato da un mediatore esperto (nel nostro caso il mediatore civile e commerciale di cui al d.lgs. 28/2010) avrebbe ricomposto il dissidio sostanziale tra le parti prevenendo così le ulteriori iniziative giudiziarie.
E ciò anche grazie alla constatazione che «i mediatori ben potrebbero estendere la «trattativa (rectius: mediazione)» ai crediti maturati successivamente alla instaurazione dell’odierna lite e non fatti valere in questo processo, così essendo evidente che l’eventuale soluzione conciliativa potrebbe definire il conflitto, nel suo complesso, mentre la sentenza di appello potrebbe definire, tout court, solo una lite, in modo parziale”».
Applicazione ai processi pendenti. Secondo il Tribunale di Milano, poi, la mediazione delegata, così come ridisegnata dal d.l. 69/2013 (conv. con modif. dalla l. 98/2013) rappresenta «una nuova facoltà squisitamente processuale» e, quindi, è una norma applicabile ai procedimenti pendenti.
Derogabilità della competenza territoriale. Da ultimo deve essere segnato anche un aspetto molto importante perché molto dibattuto in questo periodo e, cioè, quello della derogabilità della competenza territoriale dell’organismo di mediazione introdotta dal d.l. 69/2013.
Secondo il Tribunale di Milano, in maniera del tutto condivisibile, «è chiaro che le parti – se tutte d’accordo – possono porvi deroga rivolgendosi, con domanda congiunta, ad altro organismo scelto di comune accordo».
Se quell’accordo, però, in un modo (prima o in occasione della presentazione della domanda di mediazione) o nell’altro (aderendo all’invito rivolto dalla controparte) non si raggiunge «la domanda di mediazione presentata unilateralmente dinanzi all’organismo che non ha competenza territoriale non produce effetti».

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