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Mediazione Civile: giustizia alternativa o alternativa alla giustizia?

Mediazione Civile: giustizia alternativa o alternativa alla giustizia? - Mondo Mediazione

Intervento dell'Avv. Giovanni Maria Flick, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, al Salone della Giustizia lo scorso 1° Dicembre




Estratto dell'intervento dell'Avv. Giovanni Maria Flick al Salone della Giustizia.
L'intero intervento è scaricabile in formato PDF in fondo alla pagina



Salone della Giustizia, Nuova Fiera di Roma
Giovedì 1 Dicembre 2011



La mediazione civile e commerciale: giustizia alternativa o alternativa alla giustizia?


Giovanni Maria Flick*


SOMMARIO: 1. Le domande sulla mediazione. – 2. I vincoli di provenienza europea. – 3. I precedenti di diritto interno. – 4. La conformità a Costituzione. – 5. La mediazione ed il cd. terzo settore.


Tre domande sono alla ricerca di una risposta intorno alla mediazione civile e commerciale1: 1) Ce ne era veramente bisogno? 2) Si poteva fare? 3) A che serve?

A queste domande l’opinione pubblica, non meno che la dottrina e la giurisprudenza, rispondono in maniera eterogenea. A me sembra che cercare risposte coerenti sia il punto di partenza per il migliore inquadramento teorico dell’istituto, ed al contempo il punto di arrivo per il suo più concreto ed efficiente utilizzo. Cercherò dunque di trovare un equilibrio tra le alternative, seppure con la consapevolezza di esprimere opinioni che non escludono l’opposto. Sono fin troppo evidenti (allo stato attuale) i condizionamenti, le prese di posizione, le convinzioni di principio, per esprimere giudizi pienamente favorevoli o contrari. Sul fenomeno conciliativo non si vive una esperienza del tutto positiva, né del tutto negativa. Pregi e difetti della mediazione, vantaggi e svantaggi: su questo tortuoso percorso cercherò una linea comune.

Nel fare ciò, non è mia cura occuparmi di specifici problemi tecnici del d.lgs. n. 28/2010. Come tutte, anche questa normazione è fatta di pecche, di lacune e di eccessi, di vizi del diritto positivo che già danno mostra di sé nelle prime esperienze applicative. Su talune scelte normative mi soffermerò solo per incidens; la mia è una riflessione che va oltre la soluzione contingente e che punta alla mediazione quale fenomeno sociale, oltre che tecnico-giuridico. Ma è anche una testimonianza su di un percorso culturale che mi ha portato, in quindici anni – da quando in una precedente esperienza istituzionale mi accostai per la prima volta al problema, ad oggi – a maturare la convinzione che la mediazione civile e commerciale debba essere intesa non tanto come una giustizia alternativa, quanto come un’alternativa alla giustizia.

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In altre parole – e per scendere nel dato concreto – la mediazione è un istituto che oggi si impone e che l’osservatore lungimirante deve imparare a sfruttare nelle sue più preziose funzionalità. Una riforma che funzioni non è quella che figura proiezioni perfette e regole perfette che colgano riforme istituzionali “dall’alto”, senza farsi espressione delle esigenze provenienti “dal basso”. La prospettiva migliore è quella di “governare la quotidianità” , muovendo innanzi tutto dalle “buone pratiche”.

Si tratta di promuovere la riattivazione di un importante dialogo tra tutte le componenti del circuito giudiziario, sul terreno della quotidianità, appunto: non solo tra quelle classiche e tradizionali (giudice, avvocato, operatore amministrativo); ma anche tra esse e tutte le componenti da cui proviene la domanda di giustizia, gli utenti ed i loro organismi rappresentativi di vario genere, nonché gli enti rappresentativi della realtà locale. In questo contesto, il dialogo si apre agli organismi di mediazione, ai mediatore (perché no? agli enti di formazione ed ai formatori, di cui il d.lgs. n. 28/2010 pure si occupa, anch’essi operatori e rappresentanti delle realtà locali a cui va riconosciuto il giusto ruolo.

Si impone allora l’esigenza di un cambiamento di vedute anche da parte della classe forense che si avvicina alla mediazione. A prescindere dal ruolo che l’avvocato è destinato a ricoprire nella mediazione (a prescindere dunque dalla sua partecipazione necessaria o facoltativa, a fianco di uno dei litiganti; o, per altro verso, dal suo eventuale e peraltro importante ruolo di mediatore) è importante che egli comprenda il contesto nel quale è chiamato ad operare, un contesto direi del “sociale” in cui ci si muove in un ambito privatistico, ma per il tramite di una struttura (più o meno complessa) che è quella conciliativa. L’avvocato, in altri termini, non sarà chiamato a difendere le parti in un giudizio, né solo a riprodurre in un contratto la loro volontà privata. Sarà piuttosto chiamato a contribuire nella gestione di un servizio che non conduce alla sentenza (con la sua autorevolezza), ma neppure si ferma ad un contratto, quale che sia.

Per concludere. In un tempo in cui vanno valorizzate le prassi virtuose, in cui le riforme migliori non sono quelle che muovono dall’alto, ma quelle che coinvolgono tutti ad ogni livello e dimensione del sociale, non vedo perché non guardare al nuovo modello conciliativo in una prospettiva ottimistica. “Serve?”: i delatori della mediazione non esitano a dire di no. Io credo invece di si, quale espressione del “sociale” a metà strada tra Stato ed autonomia privata.


* Presidente Emerito della Corte Cosituzionale, Avvocato.


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