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La giustizia al bivio della mediazione

La giustizia al bivio della mediazione - Mondo Mediazione

 Pubblichiamo l'intervista rilasciata dalla Presidente dell'Associazione Nazionale Avvocati per la Mediazione alla rivista Nea lo scorso Maggio



Intervista tratta dal sito dell'Associazione Nazionale Avvocati per la Mediazione, visibile direttamente qui.


LA GIUSTIZIA AL BIVIO DELLA MEDIAZIONE

Quello italiano è un sistema giudiziario afflitto da troppi deficit. Non stupisce, quindi, se emergono sempre più le opinioni di quegli operatori favorevoli alle soluzioni stragiudiziali. A parlarne è la presidente della associazione nazionale Avvocati per la Mediazione, Lorenza Morello

Nea - Maggio 2011
Andrea Moscariello


Sono 3.300 i giorni che, in media, occorrono a una causa per giungere a una sentenza definitiva. O perlomeno sono quelli che occorrono in Italia. Quella della giustizia è divenuta oramai la matassa più difficile da sciogliere. Stato, magistratura e avvocati faticano a portare a casa risultati soddisfacenti, limitati come sono dalle lungaggini e dalla disorganizzazione strutturale di moltissimi uffici giudiziari. Si tratta di un vero e proprio cancro che divora il potenziale di sviluppo economico del paese. Tuttavia mentre sugli obiettivi da raggiungere si è, bene o male, tutti d’accordo, sono ben più acuti i contrasti sulle strategie da perseguire. Nell’avvocatura è il tema della mediazione a far discutere. Per alcuni è una sorta di panacea con cui liberare i tribunali da pile di cause bagatellari, per altri uno strumento integrativo cui affiancare l’operato dei giudici, per altri ancora, infine, una soluzione da evitare, sconveniente per i molti business che le cause creano.

Sul tema si fa sempre più sentire, negli ultimi mesi, la voce di Lorenza Morello, giovane presidente dell’Associazione Nazionale Avvocati per la Mediazione (APM). «Ciò che disse Warren Burger, già presidente della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, si presta benissimo a descrivere la situazione italiana – sostiene Lorenza Morello -. Burger sostenne che “L’intera classe forense è come ipnotizzata dalla ricerca dello scontro in tribunale al punto che tendiamo a dimenticare il nostro dovere di curare i conflitti. Il sistema è diventato troppo costoso, troppo doloroso, troppo distruttivo e troppo inefficiente per una società realmente civile”».
La Morello, oggi anche al vertice della società FormaMed, specializzata in servizi di formazione, consulenza e gestione operativa stragiudiziale dei conflitti, ben rappresenta una giovane generazione di avvocati desiderosi di liberare milioni di cause italiane dalla “gabbia dogmatica” dei tribunali. Non senza incontrare ostacoli.

Con la sua società si prepara a creare 5mila nuovi mediatori. Perché, secondo lei, in Italia occorrono queste figure professionali?
«La situazione italiana è drammatica. I tribunali traboccano di cause e per molte di queste la parola fine non arriva prima di dieci anni. Ormai questo è sotto gli occhi di tutti. È chiaro, a mio avviso, che non si può più permettere a ogni contenzioso di arrivare davanti a un giudice. Al processo dovrebbe giungere solo ciò che è lesivo di un vero diritto soggettivo o di un interesse legittimo, e non, come spesso accade, dei conflitti che si portano avanti “purché sia”, quasi a dire “à la guerre comme à la guerre!”».

Quali sono i rischi maggiori che corre il paese?
«Un paese con una giustizia lenta disincentiva gli investimenti esteri. In Italia abbiamo pochi investitori stranieri perché sono tutti consapevoli che, nel caso di instaurazione di un giudizio, non è possibile stimare un quantum verosimile e ragionevole, né dalla parte della durata del tempo né, tantomeno, da quella della stima dei costi da sostenere. Ecco perché FormaMed, sin da tempi non sospetti, ha investito e creduto nella conciliazione tanto dal punto di vista della diffusione della cultura conciliativa, organizzando gratuitamente eventi aperti al pubblico su tutto il territorio nazionale, quanto esercitando in modo attivo la conciliazione anche con l’ausilio di tecnologie avanzate».

Di cosa si tratta?
«Siamo l’unico organismo di conciliazione ad avere un portale di ODR, Online Dispute Resolutions, tecnologicamente avanzato. Nel contesto del commercio internazionale, l’esistenza di un sistema condiviso di ADR (Alternative Dispute Resolution) assurge a strumento fondamentale per superare quelle “barriere giudiziarie” costituite soprattutto dalla diversità dei sistemi giuridici sostanziali e processuali, che spesso impediscono, o rendono assai più onerose, le attività di interscambio e di collaborazione con gli altri paesi».

Quali sono le caratteristiche che la ADR deve avere per poter spiegare appieno, in tutti i settori, le sue funzionalità?
«Le procedure di ADR sono state a lungo caratterizzate da una classificazione a “esclusione”, che raggruppa procedure molto eterogenee, dalla negoziazione all’arbitrato, accomunate unicamente dall’elemento negativo di essere estranee all’esercizio del potere giurisdizionale da parte dello Stato. La focalizzazione sull’aggettivo originario “alternativo” ha però innescato in Italia dibattiti interminabili, quanto spesso inutili, sulla statualità della giurisdizione, la supremazia della giustizia pubblica e l’accesso alla giustizia per ogni cittadino. L’aggettivo alternativo, in realtà, non deve essere interpretato nell’accezione di “reciprocamente esclusivo” rispetto alle principali forme statali di soluzioni delle liti, ma in quello di aggiuntivo. In altre parole, il “titolare” dell’alternativa non è certo lo Stato, chiamato a smantellare l’apparato giurisdizionale in favore di formule privatistiche di gestione della conflittualità, bensì il fruitore del servizio Giustizia e il suo consulente legale, cui va offerta una varietà di forme, il più ampia possibile, per risolvere le eventuali liti in cui si trovasse coinvolto».

Dunque si tratta di integrare, non di sostituire il procedimento giurisdizionale?
«Esatto. Inoltre, elemento caratterizzante del fenomeno ADR è il tentativo di evitare la rigidità delle tradizionali procedure avversariali, vale a dire il processo e l’arbitrato, che mal si adattano al variegato universo, per natura e protagonisti, dei contenziosi. Secondo i sostenitori della ADR, infatti, uno tra i suoi benefici principali consiste proprio nell’idoneità a trovare soluzioni che si addicano alla natura della lite, e soprattutto alle esigenze e ai bisogni dei protagonisti di questa. È la procedura che si deve adattare alla controversia, non viceversa. Questa fondamentale considerazione ha dato vita anche a un ripensamento della terminologia, facendo parlare alcuni di ADR come risoluzione “appropriata”, invece che alter-nativa, delle liti, per restare all’acronimo originario. E questo, ad esempio, è determinante in un settore molto delicato e “a sé” dell’ambito mediativo, ovvero la mediazione familiare».

Sì, ma parlare di famiglia, in molti casi, significa anche parlare di tutela dei minori. Non è rischioso rivolgersi a metodi di risoluzione stragiudiziali?
«Il discorso è molto complesso e necessiterebbe di essere trattato in modo esclusivo e compiuto. Posso però affermare che, sicuramente, la mediazione familiare, ponendo la persona al centro, può rivelarsi una prima buona risposta a una visione più accorta e legata alle singole problematiche in questo ambito».

La classe forense si è divisa in merito alla riforma sulla conciliazione. Su questo, lei ha assunto una posizione diversa rispetto a quella dell’Oua, l’Organismo Unitario dell’Avvocatura italiana. In che cosa si distinguono, fondamentalmente, le due posizioni?
«Perché gli obiettivi del sistema possano essere raggiunti, e in special modo quelli quantitativi, è evidente che il ricorso all’ADR debba essere sistematico, non limitato a una controversia isolata, ma piuttosto essere previsto in tutti i casi ritenuti idonei, come ad esempio, secondo un’ottica privatistica, in tutte le liti nascenti da una stessa tipologia di contratti. Ciò che allontana maggiormente la mia posizione in qualità di presidente di APM rispetto a quelle assunta dall’OUA, è il fatto che queste ultime vorrebbero continuare a riconoscere soltanto la conciliazione endo-processuale, che tra l’altro è stata strumentalizzata più volte dai legali solo per dilazionare termini. Sempre la conciliazione, poi, spesso viene osteggiata solo in quanto non prevede la presenza obbligatoria del difensore in camera di conciliazione».

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