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I tre anni del Ministro Alfano

I tre anni del Ministro Alfano - Mondo Mediazione


Un riassunto dell'attività svolta da Alfano in qualità di Ministro della Giustizia



Articolo tratto da
Adrokronos, visibile direttamente qui.



Giustizia, i tre anni di Alfano tra riforme e contestazioni (SCHEDA)



Mercoledì 27 Luglio 2011


Roma, 27 lug. (Adnkronos) - Forse amera' essere ricordato come il padre della riforma 'epocale' della giustizia, fiore all'occhiello di un Guardasigilli che lascia il ministero di via Arenula dopo tre anni per diventare, a tempo pieno, segretario nazionale del Pdl, incarico assunto lo scorso 1 luglio al Congresso nazionale del partito. Angelino Alfano, oggi dimissionario dopo la nomina del nuovo ministro, Francesco Nitto Palma, invocava da tempo la successione su una poltrona che ha occupato in anni segnati da contrasti sempre piu' aspri tra politica e magistratura e da una grave crisi del sistema giustizia, tra carenze endemiche di personale e risorse, e lentezza dei procedimenti.

Una carriera politica partita da Agrigento nel 1994, da quel santino elettorale agitato con orgoglio durante il suo discorso al congresso, prima consigliere provinciale, poi eletto all'Assemblea regionale siciliana, dal 2001 deputato, nel 2008 ministro della Giustizia, nel 2011 primo segretario del Popolo delle liberta'. Nei tre anni da guardasigilli, interventi legislativi da lui difesi e sostenuti con forza, sempre invocando l'efficienza del sistema, ma che hanno suscitato le reazioni di quanti in quel sistema operano, giudici e avvocati, sul piede di guerra contro norme non considerate idonee.
Solo nell'ultimo anno, oltre al ddl di riforma costituzionale, il piano per la digitalizzazione, le norme per abbattere l'arretrato civile, l'introduzione della mediazione civile obbligatoria, per favorire la risoluzione di controversie 'minori' prima del processo, il codice unico antimafia e la semplificazione dei riti.

Processo rapido, efficace e giusto, parita' tra accusa e difesa, in nome di una giustizia al servizio dei cittadini. Cosi' il 10 marzo scorso il ministro illustrava a palazzo Chigi la riforma costituzionale della giustizia, appena approvata dal Consiglio dei ministri. Pur consapevole della difficolta' che il testo avrebbe incontrato prima di vedere la luce, data la necessita' del doppio passaggio parlamentare, e davanti alle critiche durissime delle opposizioni e di gran parte della magistratura, Alfano non ha perso occasione, in questi mesi, di difenderne l'impianto e di sostenerne la portata rivoluzionaria, definendolo peraltro un ''testo aperto'' su cui auspicare il piu' ampio consenso. Convinto anche della possibile approvazione entro la fine della legislatura.

Separazione delle carriere tra pm e giudici e doppio Csm, una sorta di Alta Corte per le questioni disciplinari, sempre divisa in due sezioni, la responsabilita' civile dei magistrati, parificati agli altri dipendenti pubblici. Ancora, la permanenza dell'obbligarieta' dell'azione penale, ma da applicare secondo i criteri previsti dalla legge, le modifiche ai rapporti tra il pubblico ministero e la polizia giudiziaria. Sono questi i punti cardine del ddl, composto da 18 articoli, accompagnati da 11 leggi ordinarie attuative.
Il ministro aveva subito rassicurato su possibili timori di norme 'ad personam', garantendo che non si sarebbero applicate ai procedimenti penali in corso. Alla base della riforma, garantiva Alfano, il principio che ''l'accusa e la difesa sono uguali, e che sopra entrambi vi e' il giudice che puo' esserlo se non sara' piu' pienamente collega del pubblico ministero. Questa e' la garanzia per il cittadino, una perfetta parita' tra accusa e difesa e il meccanismo per fare questo e' la separazione degli ordini''.
Durissima la reazione della magistratura, sia dell'Organo di autogoverno che del sindacato delle toghe. Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, nell'immediatezza dell'approvazione, aveva gia' sottolineato che gli interventi ''riformano i magistrati e non la giustizia'', e che ''non avranno effetti sulla giustizia in Italia''.
Poi, in sede di consultazione davanti alle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia della Camera, aveva espresso i timori per il rischio di ''un ordine giudiziario ridotto a 'quasi potere''' e criticato innanzitutto l'impostazione normativa del ddl governativo, ''definibile come 'decostituzionalizzazione dei principi''', con ''inevitabili ricadute'' sulla ''separazione dei poteri'' e sull'''uguaglianza dei cittadini davanti alla legge''.
Un giudizio ancora piu' netto arrivava dal segretario dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, che definiva il ddl ''una riforma contro la magistratura'' in cui ''non c'e' niente da salvare''. Gli interventi proposti dal governo, sottolineava Palamara, non incidono sui punti indicati da tempo dai magistrati per migliorare il funzionamento della giustizia: la revisione delle circoscrizioni giudiziarie, l'informatizzazione e risorse, punti su cui il sindacato delle toghe, assicurava il segretario, tornera' a "rilanciare la sfida'' con il ministro.

Un'altra questione su cui il guardasigilli si e' molto speso nei mesi scorsi e' il Piano straordinario di investimenti per il settore informatico, una partnership tra il ministero della Pubblica Amministrazione e quello della Giustizia che prevede, attraverso uno stanziamento straordinario di 50 milioni di euro, la digitalizzazione di tutti gli uffici giudiziari italiani.
Il 14 marzo scorso Alfano annunciava, insieme con Renato Brunetta, l'avvio della seconda fase del piano che, in 18 mesi, dovrebbe consentire di effettuare le notifiche digitali e la digitalizzazione di tutti gli atti, nonche' pagamenti on line per le spese di giustizia.
Il piano ha come obiettivo la correzione delle "inefficienze del sistema", spiegava il ministro, che si curano con "l'accelerazione delle procedure". "La riforma costituzionale della giustizia serve al giusto processo - ribadiva Alfano - il piano per la digitalizzazione va in direzione dell'accelerazione del processo stesso". E direttamente dal suo IPad inviava una mail contenente la scheda di adesione al protocollo a circa 800 uffici giudiziari in tutta Italia. L'iniziativa ha avuto un consenso molto ampio, con adesioni che, in 3 mesi, hanno raggiunto il 98%.

Sempre in direzione dell'efficienza, la mediazione civile, diventata obbligatoria lo scorso 21 marzo, per il ministro ''il mezzo piu' moderno ed efficace di risoluzione delle controversie oltre che uno strumento fondamentale per migliorare il servizio giustizia''. Non dello stesso avviso l'avvocatura, che in gran parte delle sue componenti presentava un ricorso al Tar contro l'obbligatorieta' della norma denunciando il rischio di una vera e propria ''rottamazione della giustizia civile'', e chiedendo garanzie sulla formazione delle nuove figure di mediatori. Allarme condiviso, su questi due punti, anche l'Associazione nazionale magistrati.
I giudici amministrativi hanno poi rimesso la questione dell'obbligatorieta' della mediazione alla Corte Costituzionale ma non hanno sospeso il regolamento attuativo impugnato. Alle proteste degli avvocati, con quattro giornate di astensione dalle udienze, e' seguita l'apertura di una 'cabina di regia' tra il ministro Alfano e il Consiglio nazionale forense, insieme con presidenti di vari Ordini professionali, iniziativa pero' sconfessata dall'Organismo unitario dell'Avvocatura. Come pure la definizione di due disegni di legge bipartisan sulla mediazione civile, presentati in Senato a firma di Domenico Benedetti Valentini (Pdl) e Silvia Della Vedova (Pd), per superare l'impasse creato dal ricorso di costituzionalita' sulla normativa in vigore.
Il nuovo istituto, nelle stime del ministero, dovrebbe servire a smaltire oltre 600mila processi l'anno. In poco piu' di un mese, a fine aprile, erano 1.336, su quasi 6mila fra iniziali e sopravvenuti, i procedimenti civili definiti con mediazione. Di questi, 304 con esito positivo, 1.032 senza accordo. Numeri che hanno fatto ribadire all'Avvocatura la sostanziale inefficacia della norma.

Ultimi in ordine di tempo, il codice unico antimafia e la semplificazione dei riti civili, indicati da Alfano come la sua fatica finale. "Mi dimettero' dopo l'approvazione di questi provvedimenti - annunciava il 1 luglio, giorno della nomina a segetario Pdl - convinto di aver servito bene le Istituzioni con onore e con decoro". Approvato dal Consiglio dei ministri il 9 giugno, il codice unico antimafia, che raccoglie, coordina e armonizza tutta la legislazione antimafia, nelle intenzioni di Alfano, e' ''uno strumento agile e snello per tutti gli operatori del diritto che vorranno contrastare la mafia in modo efficace''.
Un provvedimento che chiude il cerchio dell'azione contro la criminalita' organizzata di un governo ''dei fatti e non delle parole'', avviata nel maggio 2008, quando a Napoli, cosi' lo ricorda Alfano, '' esordimmo con il primo pacchetto di contrasto alla criminalita' organizzata'', proseguito poi nel 2010 con altre misure approvate da un Cdm a Reggio Calabria. Diffidenti le opposizioni, con l'Udc che definisce gli interventi un ''gioco delle tre carte'', l'Idv che invoca, replicando al ministro, ''piu' fatti e meno proclami'' e il Pd che auspica che il testo affronti ''il rapporto tra mafia e politica''.

Sempre il 9 giugno, la semplificazione dei riti del processo civile: la riduzione da 30 a 3 delle procedure per accedere al processo: il rito del lavoro, il rito sommario di cognizione e il rito ordinario di cognizione. Garanzia, secondo il ministro ormai prossimo alle dimissioni, di ''trasparenza per i cittadini e grande accelerazione potenziale per la decisione delle cause. Anche qui, poche chiacchiere e tanti fatti''.


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