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Giustizia riconciliativa o ricostruttiva

Giustizia riconciliativa o ricostruttiva - Mondo Mediazione

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"è l'umanità dell'avversario che si cerca di toccare e su questa si vuole influire"

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Articolo tratto da L'AltraPagina, visibile direttamente qui.

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Giustizia riconciliativa o ricostruttiva

di Jacopo Savi*

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Sabato 7 Dicembre 2013

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Già Confucio (551 a.c. – 479 a.c.) riteneva che, all’esito di un processo i disputanti rischiavano di rimanere insoddisfatti e, pertanto, incapaci di cooperare; il pensatore cinese, suggeriva, quindi, di incontrarsi con un “pacere” che fosse stato neutrale e che li avrebbe aiutati a raggiungere un accordo soddisfacente.

 

Sullo stesso tenore, anche se con forme e modalità differenti, è l’istituto del “Ryb” o litigio, conosciuto dal diritto ebraico la cui finalità non era dissimile.

Si trattava di un incontro/scontro “a due” non teso all’eliminazione dell’avversario o a rinvenire una pena da infliggere, bensì al componimento della controversia; la conclusione della contesa coincideva con il riconoscimento del torto compiuto, il seguente perdono e, quindi, la riconciliazione e la pace.

Se la giustizia dei tribunali tende a

preoccuparsi solo della giustizia e della malvagità in sé[1]

il ryb, invece, tendeva ad instaurare una relazione del giusto con il malvagio, una relazione ben più costruttiva anche per il mantenimento dell’ordine sociale; ristabilendo così il legame tra tutti i membri della società.

La riparazione del danno avverrà spontaneamente a seguito del pentimento, e non come la conseguenza obbligata di una pena afflittiva

“è l’umanità dell’avversario che si cerca di toccare e su questa si vuole influire”[2]

Se il simbolo della giustizia retributiva è una bilancia da riequilibrare, in questo caso sarebbe più appropriato il nodo da riallacciare.

È la stessa vittima che instaura presso di sé la lite nei confronti di colui che ne é la causa, assumendo la posizione di accusatore ed anche, in un certo senso, di giudice, la sua azione, infatti, non si ferma se non quando l’altro riconosce il torto commesso, ed, allo stesso tempo, in assenza di qualsiasi volontà vendicativa, manifesta l’interesse a ristabilire il legame infranto e concorda in una soluzione giusta e realmente satisfattiva.

Tuttavia il limite a questa modalità, per quanto attiene, almeno, alla società moderna, è lo stesso già rilevato per quel che concerne la Giustizia distributiva, ovvero la mutevole natura umana, che non sempre permette di trovare nel confronto una soluzione riconciliativa.

Lontano nel tempo e nello spazio, ma con eguali finalità, può risultarci utile considerare l’esperienza della “Commissione Verità e Giustizia” voluta dall’Arcivescovo Desmond Tutu e accolta con favore da Nelson Mandela al termine dell’Apartheid sudafricano.

Dopo il lungo e doloroso periodo dell’apartheid si temeva, e non a torto, che la sete di vendetta, per quanto subito, avrebbe ubriacato le menti dei cittadini di colore sudafricani; l’Arcivescono Tutu propose al neo presidente della “nazione arcobaleno” Mandela di istituire una commissione che avrebbe offerto il perdono della nazione a tutti coloro che avessero accettato di rivelare i crimini commessi in nome dell’apartheid.

“Per quanto possa essere un’esperienza dolorosa non possiamo permettere che le ferite del passato arrivino a suppurazione. Devono essere aperte. Devono essere pulite. Devono essere spalmate di balsamo perché possano guarire. Questo non significa essere ossessionati dal passato. Significa preoccuparsi che il passato sia affrontato in modo adeguato per il bene del futuro”[3]

Una memoria condivisa, sia delle vittime che dei carnefici, nel comprendere ed ascoltare le ragioni degli uni e quelle degli altri, si sarebbe giunti ad un sentire comune dove fossero gli stessi carnefici a rendersi conto del dolore causato e sentire, loro stessi, la sofferenza cagionata.

Guardarsi in viso e scoprirsi esseri umani.

La commissione era espressione dello spirito etico africano l’ Ubuntu

Una persona che viaggia attraverso il nostro paese e si ferma in un villaggio non ha bisogno di chiedere acqua o cibo: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu non significa non pensare a se stessi; significa, piuttosto, porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare?[4]

Ubuntu è un’etica che si focalizza sulla lealtà e sulle relazioni reciproche delle persone, è un’espressione in lingua bantu che indica “benevolenza verso il prossimo“.

È, in pratica, una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro.

io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo“.

L’ubuntu esorta a sostenersi e aiutarsi reciprocamente, a prendere coscienza non solo dei propri diritti, ma anche dei propri doveri, poiché è una spinta ideale verso l’umanità intera.

Ascoltare l’altro. Umanizzare il “nemico”. Soffrire insieme. Vittima e carnefice. Marito e moglie. Prendere in mano la propria vita e decidere, non in solitudine, ma sostenuti ed aiutati, da una persona che non decide per loro, ma li aiuta a far sì che siano loro stessi a comprendere cosa sia meglio per loro stessi, aiutandoli a gestire la rabbia, la delusione e tutti quei sentimenti umani che talvolta rendono ciechi e sordi alle reali esigenze personali.

Forse prendendo ad esempio ed applicando questi principi la Giustizia in terra non sarà più una chimera da ricercare continuamente, ma una virtù effettivamente umana e collettiva a portata di chiunque.

Ma, come sempre, è necessario fare piccoli passi per raggiungere uno scopo più elevato, e si può intraprendere questa strada con un piccolo passo, proprio in quell’ambito  dove i sentimenti sono la bussola dell’agire umano, ovvero la famiglia intesa come centro delle relazioni affettive.

 

Tratto da: “Il Dogma infranto: Mediazione Familiare, una Tradizionale Giustizia Moderna”,  Tesi Master in Mediazione Familiare.

*Iacopo Savi. Avvocato in Milano e Mediatore dei Conflitti, tiene corsi di gestione dei conflitti in ambito scolastico.


 


[1] G. Zagrebelsky, “Il Crucifige e la democrazia”, Ed. Einaudi, 2007, pag. 39

[2] G. Zagrebelsky, ibid.

[3]Arcivescovo Desmond Tutu, Presidente Commissione verità e giustizia.

[4] Nelson Mandela

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